L’APPELLO DI BRUNO VITALE, “BASTA SPIT SULLE VIE STORICHE”

Bruno Vitale, 49 anni, romano, è una presenza familiare nel mondo dell’arrampicata del centro Italia. Alcuni degli itinerari alpinistici al Gran Sasso da lui aperti con l’amico Paolo Bongianni, sono tra i più gettonati del massiccio, specie tra le nuove leve di arrampicatori, che in montagna cercano anche la difficoltà tecnica e che non si scandalizzano di fronte a uno spit piazzato dove serve. In questa intervista con “Gransassonews.it” Bruno si sofferma sulla discutibile “moda” di piantare spit lungo le grandi vie classiche di Corno Grande e Corno Piccolo.
“Io appartengo a una generazione arrampicatoria che ha portato gli spit in montagna, oltre che in falesia, dunque è curioso che adesso debba essere io a lanciare l’allarme. E’ un po’ un paradosso, ma che possiamo farci?”
Che cosa sta succedendo di sbagliato al Gran Sasso?
“Il punto è che negli ultimi anni si assiste al Gran Sasso a una situazione di anarchia totale. A me, ovviamente, vanno benissimo le vie moderne dove ci si protegge anche con gli spit , pur ritenendo che il gioco dell’alpinismo conserva il suo fascino solo se l’elemento di sfida e di avventura non viene del tutto sterilizzato. Ma non è possibile che questo tipo di protezioni vengano piazzate anche sugli itinerari classici. Succede con sempre maggiore frequenza: spit sulla “Aquilotti 75”, sulla seconda Spalla, spit su “Senza orario e senza bandiera”, sul versante est di Corno Grande. Ma gli esempi potrebbero continuare”.
Temi una sorta di “profanazione” dei grandi itinerari storici?
“Profanazione è un parolone; diciamo che , in questo modo, itinerari nati nello spirito dell’alpinismo classico, cambiano pelle, e diventano quasi vie di falesia. Il rischio è la banalizzazione dell’alpinismo: una via di quinto o sesto grado imbrigliata dagli spit perde tutto il suo fascino e si avvicina a una di quelle vie che in falesia si fanno per cominciare a scaldarsi. Ma in questo modo si perde tutto il fascino dell’arrampicata”.
Qualcuno pensa che “addomesticare” le vie classiche piantando qualche spit sia solo un modo per rischiare di meno e divertirsi di più.
“Io la penso diversamente. Se continuiamo di questo passo andrà a finire che il Gran Sasso diventerà una babele di piastrine, le vie non si distingueranno più una dall’altra, e l’arrampicata se ne andrà in malora. Non mi piace essere catastrofista, ma la realtà è sotto gli occhi di tutti e non ha senso comportarsi come le tre scimmiette che non vedono non sentono e non parlano”.
Hai in mente qualche idea per fermare questa tendenza?
“ Secondo me è giunto il momento di metterci intorno a un tavolo e ragionare del futuro. O vogliamo aspettare che i funzionari del parco nazionale se ne escano con un divieto totale di arrampicata nelle zone di riserva integrale? Mi piacerebbe che fossero coinvolti un po’ tutti: gli apritori, il Cai, le guide alpine, il parco, le varie associazioni , che dovrebbero cominciare a responsabilizzarsi , e tutti gli appassionati. Facciamoci tutti un esame di coscienza, e poi decidiamo il da farsi. Io e i miei compagni di avventura (oltre Paolo devo ricordare Marco Zitti, Bruno Moretti e Roberto Ferrante) siamo disposti a metterci in gioco in prima persona. Se qualche nostra via crea confusione , bene, siamo disposti ad andare a togliere gli spit e i chiodi di troppo. Ma tutti dovremmo essere capaci di un comportamento più consapevole. Altrimenti la selva di spit è dietro l’angolo. Chiunque può accorgersi di quello che sta accadendo , per esempio , alle Spalle , dove gli spit sono aumentati in modo esponenziale. Non credo sia giusto far diventare il Gran Sasso, nel suo insieme, una gigantesca falesia . Ma soprattutto mi interesse che venga salvaguardato il valore delle vie classiche, quelle aperte con chiodi e martello, e che perderebbero tutto il loro fascino se venissero addomesticate con trapano e fittoni”.
Ma le vie spittate al Gran Sasso devono sparire?
“Certo che no! Avendo aperto, con Paolo e gli altri amici, vie di concezione moderna , non sono certo per il divieto totale di trapano in tutta l’area del Gran Sasso. Prendiamo esempio dalla Francia: individuiamo qualche parete dove aprire vie lunghe completamente o quasi completamente spittate (da noi potrebbero essere le Strutture dell’Intermesoli, dove ci sono già alcuni itinerari di questo tipo) e poi mettiamoci d’accordo su quello che vogliamo fare nelle pareti storiche del massiccio. Io credo che sia giusto preservare quello che abbiamo, non per farne un museo, ma al contrario per continuare ad arrampicare al Gran Sasso con il gusto che abbiamo avuto finora. Anche perché su quelle pareti e lungo quelle vie si è svolta la storia dell’arrampicata del Gran Sasso: una storia appassionante e irripetibile, per troppi anni finita nell’oblio, e che è invece giusto preservare e tramandare”.
2 Commenti
Io arrampico da poco,ma quello che dici l’ho pensato
subito.
Non confondiamo la falesia con la montagna.
Ciao sono pienamente daccordo con te.
anche se sono una pippa ar sugo sono
stradaccordo. Sto leggendo il libro di
marco dell’omo “i conquistatori del gran sasso” x la quinta volta! sarebbe
il caso di aggiungere un altro capito
lo a proposito della tua denuncia ciao
ci vediamo in val di mello.