23 settembre
A 85 anni, il 16 Settembre scorso, è morto Andrea Bafile.
Per chi non lo conoscesse, Andrea è stato il più grande protagonista dell’alpinismo aquilano negli anni del dopoguerra. Era una forza della natura: in anni in cui l’attrezzatura con cui si andavano a scalare consisteva in vecchie corde di canapa e qualche chiodo arruginito, Andrea cominciò a esplorare il Gran Sasso trascinando nelle sue imprese un nutrito gruppo di ragazzi che si fecero contagiare dal suo entusiasmo e si misero ai suoi ordini nell’assalto a creste e pareti. In quello che fu un vero e proprio assedio, Andrea e i suoi fedelissimi costruirono un ricovero di fortuna tra i massi della morena del Calderone, ribattezzato "il buco". Aredato com brande, fornelli e coperte non proprio profumatissime, il ricovero serviva agli alpinisti più assatanati (cioé ad Andrea) per dormire a un passo dalle pareti di Corno Piccolo, quando il rifugio Franchetti era ancora di là da venire.
Fu Andrea, nel 1948, il primo alpinista del centro Italia a salire la temutissima via di sesto grado tracciata da Gervasutti alle Fiamme di Pietra del Corno Piccolo. Fino ad allora, anche i più forti arrivavano sotto la temuta placca grigia dove correva la via, guardavano in lontananza i tre chiodi lasciati da Gervasutti, scuotevano il capo e facevano dietro front. Bafile ruppe il tabù del sesto grado, aprendo così la strada a una nuova primavera alpinistica sul massiccio abruzzese, dopo gli anni eroici degli aquilotti di Pietracamela. Ha aperto vie estreme (per l’epoca), era in azione d’estate e d’inverno (sua la prima invernale del canalone centrale di Corno Grande) ma la sua via più ripetuta è la facile e incantevole via Valeria, alle Fiamme di Pietra, diventata una grande classica del massiccio e primo banco di prova per chi voglia dedicarsi alle scalate su roccia.
Andrea non era solo un forte alpinista e un indiscusso leader. Era anche un inventore geniale, una specie di Archimede Pitagorico della montagna. Nel tempo libero tra una scalata e un collaudo progettava arnesi di ogni tipo per facilitare le manovre alpinistiche. Alcuni furono messi in comercio. Era un appassionato di letteratura e un grande conoscitore della Divina commedia. Anni fa, scrisse per il bollettino del Cai dell’Aquila un bellissimo articolo in cui commentava i passi della Divina Commedia in cui Dante affronta passaggi sulla roccia. Viveva a Firenze, ma anche dopo 60 anni passati nella città del volgare italiano, parlava con un purissimo accento aquilano, di preferenze delle sue avventure in montagna.
Al Gran Sasso c’è già un rifugio intitolato ad Andrea Bafile. Ma quell’Andrea Bafile non era lui, bensì un suo zio militare, eroe della prima guerra mondiale. Si arrabbiava sempre quando qualcuno gli chiedeva come mai qualcuno gli avesse intitolato un rifugio da vivo.
Ora che non c’é più , il Cai dell’Aquila potrebbe intitolargli qualcosa di veramente suo: un rifugio, un sentiero, un corso di roccia. L’ideale sarebe di ribattezzare con il suo nome una delle punte delle Fiamme di Pietra, il luogo del Gran sasso da lui più amato e dove, in certi pomeriggi di luglio, a ben ascoltare, è ancora possibile sentire il rumore del suo martello che batte un chiodo su qualche parete vicina.